A Beverly Hills con Nicole Londino

Autore Nicole Londino
Titolo riot! riot! riot!
Autopubblicato tramite ilmiolibro.it
Genere Narrativa
Numero Pagine 276
Sito ufficiale libro
Pagina facebook
Acquista il libro su ilmiolibro.it o su lafeltrinelli.it
Booktrailer romanzo su YouTube

Ciao Nicole, benvenuta a Scrivo Perché. Sono felicissimo di averti qui, dato che con te si inaugura oggi una nuova sezione: quella dedicata alle autopubblicazioni.

Una sezione bella impegnativa, direi, visto che chi pubblica da sé, deve fare il triplo del lavoro…

Per cominciare parlaci un po’ di te. Cosa c’è da sapere su Nicole Londino?

Beh, ci sarebbero tante cose da dire, ma principalmente se dovessi descrivermi in tre parole sceglierei: famiglia, musica e libri.
Famiglia è senz’altro la prima cosa di cui parlerei, dato che sono la quinta di cinque figli, e il crescere insieme a tante persone con cui condivido tutto (ma proprio tutto) mi ha donato insegnamenti che mi hanno fatto diventare la persona che sono.
La seconda parola è musica, perché come ogni diciannovenne che si rispetti non posso andare in giro senza iPod. La musica è sempre stata fonte di ispirazione e sempre lo sarà, credo.
Libri è forse la parolina più significativa… È ovviamente dalle loro pagine che è nata una mia passione che, alla fine, è sfociata in una autopubblicazione della quale non mi lamento affatto!

E direi di soffermarci proprio sulla terza parola: libri. Il romanzo da te scritto si intitola riot! riot! riot! e parla di una sedicenne che inizia ad affrontare i primi problemi che la vita le mette davanti, e del suo incontro con un giovane e famoso rapper che le farà mettere in dubbio anche le poche certezze che aveva. Cosa altro puoi dirci della storia?

Sulla trama posso dire che chi ha avuto modo di leggere dall’inizio alla fine tutto il libro, ha capito da sé che la storia va molto oltre. Non credo che sia la semplice storiellina d’amore tra una sedicenne viziata e problematica e un rapper famosissimo; direi piuttosto che il romanzo ha preso piede soprattutto tra i ragazzi perché parla di crescita, ma di una crescita profonda. I personaggi riflettono molti aspetti di noi lettori, e credo che a riguardo sia significativo il parere che mia madre mi ha dato leggendo riot! riot! riot!. Ha detto: “È strano, sai… Anche se è ambientato in California, si capisce che i ragazzi sono tutti ugualmente confusi in tutto il mondo”.

Con questa risposta hai in parte anticipato proprio la domanda seguente. Nel tuo libro parli sì dell’adolescenza tipica, passando dall’amicizia all’amore, ma affronti anche argomenti ben più seri come le conseguenze di un’overdose, di un suicidio e dello stupro. Come mai hai deciso di toccare questi temi?

Sono temi che per un motivo o per un altro fanno parte della realtà di tutti i giorni. Ho sempre trovato buffo il modo di alcuni miei coetanei di distanziarsi da questo genere di problema, usando come scusa la tipica frase “tanto a me non succederà mai”. In realtà no, io sono sempre stata convinta che nella vita non si possa mai sapere cosa ci riservi il futuro. E poi, c’è da ammettere che non passa giorno in cui al telegiornale non si senta parlare di tredicenni stuprate da altri minorenni o di gruppi di amici che finiscono per spalmarsi sull’asfalto per aver bevuto troppo… Ecco, direi che sono temi estremamente attuali, ma proprio perché li sentiamo tutti i giorni, la gente tende a non farci più caso. Il che è tremendo. Credo che la mia scelta sia finita un po’ inconsciamente su questi temi perché mi stanno a cuore, vorrei che non li ignorassimo così palesemente. Alla fine, sono problemi che si trovano in qualsiasi parte del mondo, sia in California tra ragazzini ricchi e viziati che nelle zone malfamate di un paesino sperduto.

E come mai, anziché un paesino sperduto, hai deciso di ambientare il tuo romanzo a Beverly Hills?

Diciamo pure che è stata una scelta che doveva far risaltare il contrasto tra ambienti pomposi e apparentemente perfetti e la profondità dei personaggi. Molti di loro hanno problemi con i genitori: Jess, un ragazzo innamorato della protagonista, non vede mai i genitori perché sempre impegnati a lavoro; Adam, il rapper in questione, non ha mai conosciuto suo padre e ha vissuto la morte della madre; e Hayley, beh, è nata dallo stupro di sua madre.Volevo fosse ben chiaro che anche nelle favolette c’è sempre un lato nascosto, quasi mostruoso, ma che serve a farci crescere come persone.

Il quadro è ormai piuttosto preciso, ma c’è una cosa che probabilmente non è chiara a chi ancora non legge il tuo libro: il titolo. Cosa significa?

Letteralmente significa “rivolta, rivoluzione”, e io ho voluto usarlo per due motivi. Il primo è che il concetto di rivoluzione calza a pennello con i cambiamenti che Hayley è costretta a fronteggiare. Inizialmente ci troviamo davanti a una ragazzina un po’ viziata, ma alla fine conosciamo una Hayley completamente diversa, che ha subito una metamorfosi dopo essere stata in lotta con se stessa. Il secondo motivo è un po’ più personale. Essendo io una grande fan dei Paramore, il cui secondo album è appunto RIOT!, ed essendo anche la protagonista del romanzo una fan di questa band, ho voluto rendere omaggio un po’ a loro, che mi hanno dato l’ispirazione sotto molti aspetti, ma anche alla mia passione per la musica.

Parliamo adesso della tua scelta editoriale: hai deciso di autopubblicarti, una strada che, come hai detto prima, porta con sé il triplo del lavoro. Come mai? Sei partita già con quest’idea o l’hai presa in considerazione dopo aver contattato alcuni editori?

In realtà ero già entrata in contatto con questo mondo dell’editoria fai da te grazie a mio fratello Luciano, anche lui scrittore che ha deciso di autopubblicarsi.
Ho imparato molto dalla sua esperienza, e ne ho dedotto che molto spesso l’impegno non viene ripagato a sufficienza.
Così inizialmente devo ammettere che scartai l’idea del selfpublishing, perché volevo fare affidamento su case editrici, anche piccole, più tradizionali.
Mandai il manoscritto a piccoli editori bresciani, e un paio mi risposero positivamente. Io non potevo crederci: la gente riteneva pubblicabili i miei lavori.
Un vero peccato che poi, trattandosi di piccoli editori, le spese fossero a carico mio, che comunque ero ancora in quinta liceo e non avevo un lavoro, non so se mi spiego.
Pensavo di poter far fronte a una spesa di poche migliaia di euro – e già lì ero un po’ perplessa – ma poi quando mi spararono una cifra di settemila euro lasciai perdere e mi buttai sulla strada dell’autopubblicazione.
Strada che, è vero, non fa fare soldi a palate, ma che mi dà molte soddisfazione.

Devo ammettere che è la prima volta che sento parlare di cifre così alte per gli editori a pagamento, e immagino tu sappia che l’editoria a pagamento è spesso considerata la “bestia nera” del mercato editoriale italiano. Tu cosa ne pensi? E quali sono le differenze tra autopubblicarsi e pubblicare a pagamento?

Sono fermamente convinta che sia molto più che una Bestia Nera. Trovo semplicemente ridicolo che solo in Italia siano gli scrittori a dover pagare gli editori e non viceversa. E’ come se un lavoratore invece di prendere lo stipendio pagasse per lavorare. Per questo mi sono ripromessa di non pubblicare mai a pagamento, anche per una questione di principio. La differenza tra autopubblicarsi e pubblicare a pagamento è semplice: chi si autopubblica, se fa un buco nell’acqua, non perde soldi. Chi invece pubblica a pagamento, solitamente ha poche possibilità di ricevere una adeguata pubblicità… Certo, esistono eccezioni, ma sono molto rare. Diciamo che si autopubblica può tentare di diventare imprenditore di se stesso!

Partendo dal presupposto che per essere scrittori bisogna essere anche lettori, tu ti senti più scrittrice o lettrice? Cosa leggi più volentieri?

Io mi sento decisamente più lettrice che scrittrice. Leggo molto volentieri narrativa, Nick Hornby soprattutto, ma non disdegno nessun genere. Adoro particolarmente i fantasy e i dark fantasy, e quindi non posso che non essere anche una grande fan di Harry Potter. Anche se, c’è da ammetterlo, il fatto di aver studiato lingue mi ha aperto molto ad altre influenze letterarie… Wilde, Pirandello. Adoro anche i classici, c’è sempre molto da imparare da loro.

Credi che scrivere sia la strada giusta per te?

Lo spero proprio! E infatti non passa giorno in cui la mia consapevolezza a riguardo si fortifichi. C’è una vocina dentro che mi dice “sarà difficile, lo è per tutti, ma non per questo dev’essere impossibile”. Mi piace farlo, quindi credo che continuerò finché avrò qualcosa da dire. E ne ho di cose da dire… !

Siamo giunti alla fine di questa intervista. Ti auguro tanta fortuna, sia per il romanzo di cui abbiamo parlato, sia per i tuoi progetti futuri.

E io ringrazio te e chiunque metta un minimo di fiducia in questi progetti, davvero.

Non posso però lasciarti andar via prima dell’ultima domanda. Perché scrivi?

Scrivo perché è un bisogno naturale, è qualcosa di spontaneo. Diciamo pure che rispondere a questa domanda sarebbe come trovare una risposta al perché respiriamo. Insomma, è qualcosa di cui nemmeno mi rendo conto, giuro. Oggi come oggi direi che scrivo perché dialogo con me stessa. Il foglio bianco è solo il divano su cui mi siedo e inizio a strizzarmi il cervello – il che è una perfetta terapia gratuita, direi. Credo sia per questo che la comunicazione tra lettore e autore sia così autentica. Io sono sincera quando scrivo, e la gente è sincera quando legge. Tutto ciò è semplicemente magnifico.
Quindi, perché scrivo? Scrivo perché sarebbe masochismo non farlo.

[intervista a cura di Antonio Schiena]

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One thought on “A Beverly Hills con Nicole Londino

  1. Nicole Londino ha detto:

    Grazie mille, Antonio, per l’opportunità che mi hai dato!

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